“Tre anni fa mi hanno trovato un tumore al polmone - ha confidato qualche tempo fa Bruno Conti alla Gazzetta -. Mi avevano toccato la cosa che amo di più, i miei capelli. All’inizio non avevo voglia di fare niente, la mia fortuna è stata avere la famiglia vicino. Mia moglie mi ha dato una forza incredibile, le devo tutto”. Oggi Conti ha vinto la battaglia più importante ma proprio per stare più vicino alla famiglia (arricchita dall’arrivo del genero Pisilli) ha deciso di salutare la Roma. In questi anni non è comunque mancato al Centro sportivo di Trigoria, pur limitando le sue uscite pubbliche proprio a causa della malattia.
Di lui dicevano: "É bravo ma fisicamente non pronto"
“I primi anni dicevano ‘è bravo tecnicamente, ma fisicamente non è pronto’. Io però non ci rimanevo male, il giorno dopo ero di nuovo in strada a giocare con gli amici. Per me lo sport era divertimento. A Nettuno si facevano i famosi tornei dei bar. Un giorno venne a vedere una partita Antonio Trebiciani, che allenava la Primavera della Roma. La sera stessa mi chiamò il presidente dell’Anzio e mi disse che la Roma mi aveva preso. Quando lo riferii a mio padre, grandissimo tifoso romanista, non stava nella pelle”.

A 15 anni era una promessa del baseball
E pensare che per lui si erano aperte le porte dell’America, ma non per il calcio. Bensì per il baseball. Quando aveva 15 anni, infatti, arrivò l’offerta dai dirigenti del Santa Monica per volare negli States. “Come sarebbe andata? Non lo sapremo mai. Ed è meglio così”, ha sorriso Conti. “D’estate giocavo a baseball e d’inverno a calcio. Ho iniziato con i Black Angels, facevo il lanciatore”. A prendere la decisione che cambierà la vita di Bruno e probabilmente anche il corso del nostro calcio è papà Conti: “Una volta venne a fare una tournée a Nettuno questa squadra americana, il Santa Monica, mi videro giocare e la sera, mentre stavamo cenando a casa, sentimmo suonare al citofono: erano il presidente del Nettuno e quello del Santa Monica, che mi voleva portare in America. Mio padre disse però che ero troppo piccolo per partire”. Poi continua: “La mia infanzia è stata bellissima, anche se con tante difficoltà, perché crescere in una famiglia di sette figli non è semplice. Lavoravo nel negozio di casalinghi di zia Maria e con la bicicletta portavo le bombole di gas nelle case. Poi il pomeriggio andavo ad allenarmi. Quando portavo a casa le 5 lire ero orgoglioso perché sapevo di aver dato il mio piccolo contributo”.


