La tenacia del mediano infaticabile e l’intuito, spesso geniale, da attento osservatore e scout. Mescolate il tutto insieme al fumo di mille sigarette e otterrete un profilo molto aderente alla figura di Tony D’Amico: questo il ritratto che Andrea Di Carlo ha dipinto su Il Romanista. Il dirigente, 46 anni, abruzzese di Pescara. Ma chi è davvero l’uomo scelto dai Friedkin e Gasperini per guidare il piano di rafforzamento della Roma?
Ex centrocampista, litigava con tutti

Ex centrocampista di rottura, D’Amico ha sempre ammesso i propri limiti sul rettangolo verde con straordinaria ironia: “Ero un mediano infaticabile, ma non facevo gol nemmeno a porta vuota. E poi ero un bel rompiscatole, litigavo con tutti, anche con i miei compagni”. Fu il passaggio dietro la scrivania a Foggia a cambiargli definitivamente la vita. Una metamorfosi riuscita, guidata da un’etica del lavoro maniacale e da un rito inconfondibile: il fumo. “Ne fumo troppe, specie durante il calciomercato. Anche due pacchetti al giorno”, ha confessato in tempi non lontani a La Gazzetta dello Sport. Un’ossessione legata allo stress delle trattative vissute al cardiopalma, come quando rimase chiuso per ben 13 ore consecutive in una stanza d’hotel a Milano pur di bloccare e blindare Dawidowicz ai tempi del Verona. Stress che spesso, come lui stesso ha raccontato, porta in dote, nei primi giorni di settembre, una bella febbre a 40°. In quanto al fumo, aggiungiamo noi, è degno erede di Walter Sabatini, decisamente il più apprezzato tra i direttori sportivi giallorossi dell’era moderna, anche lui ex calciatore.
All'Atalanta una serie di colpi da applausi

Proprio all’Hellas di Verona, D’Amico ha sublimato la sua abilità nello scouting e nelle plusvalenze (scovando gioielli come Rrahmani), prima del definitivo salto di qualità a Bergamo. All’Atalanta, dove fu subito definito "uno dei dirigenti emergenti che più si è messo in luce in questi ultimi anni”, ha perfezionato il modello di gestione sostenibile, finalizzando operazioni come Ederson e Lookman, e dimostrando di saper lavorare in totale sinergia con Gian Piero Gasperini. E a Trigoria la proprietà cercava esattamente questo: un profilo abituato a condividere il proprio piano di lavoro, capace di coniugare le esigenze del bilancio alla competitività tecnica. Tra una sigaretta e l’altra, D’Amico è pronto a portare la sua fame e le sue intuizioni nella Capitale.

