Soulè: “L’addio alla Juve è un tasto un po’ dolente per me, perché non pensavo di andare via, anzi ero concentrato a giocare bene con il Frosinone per meritarmi la riconferma. A gennaio poi sono venuto a sapere che mi stavano cedendo a un club arabo, ma io non avevo alcuna intenzione ad andarci anche se ormai avevo già capito quale sarebbe stato il mio futuro. Ne sono rimasto deluso, poiché pensavo di poter giocare nei bianconeri, però la decisione era già stata presa e io servivo per fare cassa, l’ho accettato e a quel punto non vedevo l’ora di andare via. Ormai loro rappresentano il passato, la Roma è il mio presente e futuro”, raccontò l’attaccante al Corriere dello Sport.
"Quando ero piccolo Paulo per me era un mostro sacro"

“Paulo è un fratello maggiore, una guida non nel calcio ma nella vita. Quando ero più piccolo, lo vedevo come un mostro sacro, un giocatore a cui non riuscivo ad avvicinarmi perché ero in soggezione. Poi abbiamo cominciato a conoscerci e abbiamo creato un ottimo rapporto alla Juventus. C’è un aneddoto che non dimenticherò mai. Era il suo ultimo anno in bianconero e nel corso di una delle ultime partite della stagione lo vidi parlare a distanza con Landucci mentre mi indicava. Erano finite le sostituzioni, ma Dybala chiese alla panchina di farmi entrare perché voleva giocare con me almeno una volta prima di lasciare il club. Un ricordo che resterà sempre con me, poiché mi ha fatto capire quanto ci tenesse a me”.


