“Scusa nonno, ma adesso che la Roma ce l’hanno gli americani non possono acquistare un altro Totti?”. Niente e nessuno potrà mai cancellare venti anni di storia, che per il popolo diventano cento. Niente e nessuno potrà mai avvicinare qualcosa che ci ha accompagnato, fatto gioire e piangere (sempre di gioia) dalla maturità alla vecchiaia. Nel frattempo, io sono corso ai ripari ed ho trovato un altro Capitano, mio nipote, che non si dà pace all’idea che non ci sarà mai un altro Totti.

È difficile spiegargli, che anche nel calcio si può comprare tutto, tranne che le leggende. E che gli americani, almeno quelli che abbiamo importato a Trigoria, prima da Boston e poi da Houston, cioè da Massachusetts e Texas, di dollari finora ne hanno comunque tirati fuori pochi, diciamo pure con il contagocce, dopo aver ottenuto il pacchetto azionario di maggioranza, che era passato dalle mani di Rosella Sensi (eletta presidente dopo la scomparsa di papà Franco) all’istituto bancario Unicredit.
Lo sbarco nella Capitale avvenne proprio per volere della banca, che gestì e portò a termine la trattativa con gli interlocutori d’oltre oceano, dopo aver passato il testimone a Roberto Cappelli che, di fatto, figura nell’albo dei presidenti e che resterà nei quadri della società a lungo, ben oltre il 16 aprile 2011, quando un accordo siglato a Boston sancì il passaggio ad un gruppo di imprenditori yankee: Thomas Dibenedetto (che assume il ruolo di presidente), James Pallotta, Ruane e Richard A. D’Amore. Il 60 per cento va agli americani, il 40 resta nelle casse dell’Unicredit. Per la storia, l’ufficializzazione della carica a Dibenedetto avviene il 27 settembre 2011. Resterà su quella poltrona poco meno di un anno, fino al 27 agosto 2012, quando cederà il passo a Pallotta, uno dei candidati più accreditati nello sfidare Ciarrapico per aggiudicarsi il titolo di peggior presidente.
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