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1927 - 2027

Di Bartolomei e quel coro: “C’è solo un Capitano…"

Redazione
-
09/07/2026

Un Capitano, c’è solo un Capitano…”: i tifosi della Roma conoscono bene questo coro, lo hanno cantato per tantissimi anni e i più giovani sanno che è stato una sorta di marchio di fabbrica per Francesco Totti che è stato non solo il più grande calciatore che abbia avuto la Roma e che non ce ne saranno più come lui; lui era al di sopra della fascia che portava al braccio, un simbolo che altri suoi ex colleghi avevano saputo esibire con grande professionalità di leader. Totti, è sempre stato su un altro pianeta, ma forse non è mai stato un trascinatore, un giocatore in grado di prendere per mano la squadra, i compagni, perché lui risolveva i problemi con le proprie insuperabili qualità tecniche. Quel coro relativo al “C’è solo un Capitano…” calza alla perfezione per un predecessore di Francesco: Agostino Di Bartolomei.

Faro, guida, esempio: nessuno come lui

Lui sapeva interpretare il ruolo per quello che la fascia sul braccio testimoniava. Fu lui a guidare la squadra che avrebbe vinto il secondo scudetto, quello del 1983 e che aveva tra i compagni giocatori come Paulo Roberto Falcao, cioè il massimo a livello di strategia calcistica. Ma lui, Ago, era il faro, la guida, l’esempio, l’uomo che faceva la differenza nello spogliatoio e sul campo, capace di reinventarsi tatticamente: lui regista e padrone in mezzo al campo, collocato al centro della difesa, accanto ad un gigante come Pietro Vierchowod e se qualcuno osava far notare al mister svedese che Di Bartolomei era troppo lento, e quindi pericoloso per la Roma, lui replicava: “Nel calcio la lentezza del singolo non conta, l’importante è che ad essere veloce sia la palla che il giocatore calcia e da questo punto di vista nessuno è più bravo di Agostino...”.

Il buen ritiro a Castellabate

Aveva concluso la sua carriera al Milan, dove aveva seguito proprio Liedholm quando questi aveva chiuso la sua parentesi nella capitale. Si era ritirato con la famiglia in Campania, a Castellabate; il giorno 30 maggio del 1994, cioè esattamente dieci anni dopo la finale della Coppa dei Campioni, persa all’Olimpico contro il Liverpool, il corpo di Agostino fu ritrovato sulla veranda della sua villa; si era sparato un colpo al petto. Era schivo, riservato, silenzioso, introverso, ma quel suicidio nessuno avrebbe potuto in qualche modo prevederlo, visto che tutti, a cominciare dai familiari, pensavano che stesse costruendo qualcosa per restare nel mondo del calcio, a cui aveva dato la vita, basti pensare che con la Roma aveva disputato più di 300 partite in campionato, metà delle quali con la famosa fascia di capitano. Aveva realizzato tanti gol, la maggioranza dei quali su calcio di punizione o dal dischetto e non era stato casuale il fatto che nella maledetta finale di Coppa Campioni del 1984 era stato il primo a calciare, e segnare, il rigore contro il Liverpool.

Un campo di Trigoria col suo nome

Anche lui era un prodotto nato nel vivaio giallorosso, anche se i primi calci li aveva dati dalle parti dov’era nato, a Tor Marancia, per poi passare all’Omi. Aveva esordito in serie A quando aveva 18 anni, per scelta di Antonio Trebiciani che il settore dei ragazzi lo conosceva come nessun’altro. Ad Agostino è stata dedicata una via, anzi un viale all’interno di Villa Lais, al Tuscolano; ma c’è anche una strada che porta il suo nome a Castellabate, perché così volle a suo tempo il Sindaco della cittadina; ma anche a Salerno, c’è un viale alberato con il suo nome, nei pressi dello stadio Arechi. La Roma non lo ha mai dimenticato, anche volendo non ci sarebbe riuscita, ed ecco la dedica speciale: c’è il suo nome ad indicare il campo A del centro sportivo di Trigoria. Così come c’è il suo nome nella Hall of Fame...

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